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Una delle più interessanti case editrici specializzate nel patrimonio demoetnoantropologico del Salento. Documenti rari o inediti riscoperti per voi!!!
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Questo libro racconta le esperienze di Gianfranco Mingozzi, cineasta appassionato di antropologia: Per oltre vent'anni Mingozzi ha percorso le terre del Salento documentando per primo – nel 1961 – con il cortometraggio La taranta e con un episodio del film Le italiane e l'amore – La vedova bianca, il fenomeno del tarantismo allora conosciuto solo dagli studiosi. |
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Nell’ultimo decennio la musica di tradizione del Salento è stata resa nota a un pubblico molto vasto per mezzo di una documentazione realizzata prevalentemente sul campo che, almeno per quanto riguarda le registrazioni sonore e video, abbraccia un arco di tempo compreso fra il 1954 e i giorni nostri e che ha visto coinvolti studiosi e appassionati di chiara fama nazionale e internazionale (Alan Lomax, Diego Carpitella, Gianni Bosio e Clara Longhini, Cecilia Mangini, Gianfranco Mingozzi e altri).
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Si parte dall’analisi del primo documento di poesia in dialetto leccese per tentare di individuarne la struttura che connette. |
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Il vestito bianco si può considerare una delle ultime etnografie sul tarantismo salentino. Costruito sulla scorta dei dati raccolti nell’ambito di una lunga inchiesta sul campo, il libro se da un lato ripercorre alcuni dei più classici nodi storici ed ermeneutici emersi dalla memorabile ricerca demartiniana – la prevalente presenza femminile, il rilevamento di materiali folklorici come canti e leggende, la dimensione antropologica della festa – dall’altro accenna anche ad una serie di questioni ancora irrisolte. |
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Il libro è stato scritto alla fine del XIX secolo, durante la realizzazione della grande ricerca urbana di Philadelphia sulle condizioni dei negri nel loro più ampio e antico insediamento storico, e mentre era già in atto l’avvio della collaborazione, dell’insegnamento e degli studi di sociologia nell’Università di Atlanta, Lo studio del problema dei negri (1898) è testo che riassume le tematiche più care a W.E.B. Du Bois. In esso è delineata la centralità del processo di conoscenza e formazione che deve essere alla base del riconoscimento della specificità del popolo nero e dei suoi diritti, strappando la consapevolezza della sua realtà alla subalternità e alla subordinazione cui la storia dei rapporti di potere lo hanno confinato e assicurandolo come parte integrante della vicenda sociale e politica del popolo americano. Si tratta dunque di conoscere la realtà della razza nera, i suoi caratteri e le sue contraddizioni, impresa nella quale gli studiosi americani sono favoriti avendo di fronte a loro la vita quotidiana concreta di un popolo, processo senza precedenti ma che richiede attenzione e metodi di indagine specifici e storicamente determinati. Tra questi è indubbiamente centrale la nuova scienza sociologica, oggettivamente legata a quella curiosità e volontà divulgativa giornalistica che sostanzia tutta la vita di Du Bois:; ma Du Bois è consapevole che il processo conoscitivo per essere completo deve avere carattere interdisciplinare, e dunque si tratta di affiancare all’indagine sociologica anche quella statistica, storica, antropologica, utilizzando anche le loro specificità e le loro valenze interpretative. |
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Rimasti sinora inediti, i documenti che qui presentiamo nascono all’interno di quella stagione del primo dopoguerra che fece emergere il disagio e le proteste dei ceti contadini, le lotte per la terra, la violenza dei proprietari, le repressioni poliziesche. E si iscrivono nel quadro di quel bisogno conoscitivo delle condizioni sociali dell’Italia (in generale) e del Mezzogiorno (in particolare) che sollecitò la costituzione e la messa in atto di due grandi inchieste, rispettivamente di diverso impianto e natura: quella parlamentare sulla miseria e quella delle Assise per il Mezzogiorno. |
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Da La violenza a La terra dell’uomo, l’esperienza documentaristica siciliana di Gianfranco Mingozzi, se pur fruttuosa (Il putto, Li mali mistieri e il magnifico capolavoro Con il cuore fermo, Sicilia), è stata tra le più travagliate e sofferte di tutta la storia del cinema italiano e nello stesso tempo exemplum delle mille difficoltà a cui va incontro un cineasta rigoroso, acuto e intelligente come Mingozzi quando tenta di addentrarsi tra le piaghe putrescenti del corpo malato della nazione. La violenza, progetto di un documentario a lungometraggio, nato da un’idea di Cesare Zavattini, seppure avviato nella lavorazione, per questioni produttive, fu interrotto e rimase incompiuto per sempre. Dai materiali girati germinò Con il cuore fermo, Sicilia, mediometraggio destinato a sconvolgere gli intelletti più vividi, e si accaparrò i premi più importanti dei principali festival cinematografici europei: a partire dal Leone d’Oro a Venezia nel 1965 fino alla candidatura all’Oscar nel 1966. La terra dell’uomo, ritorno sull’Isola, vent’anni dopo, voleva essere una Sicilia rivisitata, (alla maniera del De Seta di qualche quinquennio prima), un film-inchiesta per la TV – compendio del primo e del secondo lavoro alla luce dei tempi mutati; ma fino a che punto mutati? – completato nel 1988 è mai mandato in onda. Ma mai dimenticato e abbandonato dal suo autore. Non a caso, oggi, a distanza ancora di un ventennio (1988-2008), perché non se ne perda la memoria, questo volume ne ricostruisce – passo dopo passo – la storia, ripercorrendo date, luoghi e personalità coinvolte nel lavoro attraverso le parole in forma di diario, i documenti, le immagini, nella speranza che un giorno – che non tardi a venire – la televisione di Stato, abbia il coraggio di guardare senza vergogna, con occhio lucido e con cuore fermo, al passato della nazione: anche a quello più doloroso, e rendere pubbliche quelle immagini appassionate. Accompagna il libro il documentario Con il cuore fermo, Sicilia, straordinario prototipo di cinema-saggio (il primo, forse l’unico) sulla questione meridionale: un’inchiesta sociale sull’Isola, di quella parte più svantaggiata e desolata, dove le malefatte e le ingiustizie perpetrate dal potere politico e la condizione di miseria e di sopraffazione, sono antiche e inamovibili; dove il bisogno umano si nutre di violenza, solitudine e abbandono. |
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La recente fortuna delle tradizioni musicali di Puglia ha avuto il merito di richiamare l’attenzione su un patrimonio ormai agonizzante, destinato alla lenta ma progressiva dissoluzione. C’è da dire che molto è stato fatto in questo campo, soprattutto negli ultimi dieci anni, ma molto ancora resta da fare sul piano della documentazione, della ricerca e della valorizzazione di un bene immateriale, di per sé “volatile” come direbbe Eugenio Maria Cinese, da “fissare su memorie durevoli” per evitarne la scomparsa. In questa direzione la raccolta di documenti sonori provenienti da Villa Castelli dai molteplici aspetti interessanti, frutto di lunghi e pazienti anni di ricerca da parte di Mario Salvi e Giandomenico Caramia. Questo nuovo lavoro su Villa Castelli aggiunge dunque un importante tassello alla conoscenza dei repertori musicali di tradizione orale dell’area, i cui materiali etnomusicologici erano fermi al lavoro di Mario D’Elia (Canti popolari di Villa Castelli, 1978) contributo importante che rivela però un interesse prevalentemente linguistico. In un senso più generale infine questo lavoro acquista una significativa valenza storica e culturale. Perché ribadisce una volta di più l’importanza di “salvare”, ove ancora possibile, le memorie musicali della Puglia contadina. Prima che anche gli ultimi testimoni lascino definitivamente la scena. |
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Subito dopo la caduta del fascismo, l’Italia è tutta da scoprire e da raccontare. Se ne incarica il cinema, soprattutto, con opere egregie, e il Neorealismo riesce a dare, con storie di reduci, contadini, donne, operai, un quadro delle reali condizioni dell’Italia e delle fasce popolari più misere. Il cinema, oltre al neorealismo, fornisce ulteriori sentieri conoscitivi con numerose opere documentaristiche che attraversano l’Italia dal nord al sud del paese. Accanto a quest’opera di testimonianza si assiste a un brulicare di inchieste, giornali, riviste che si propongono lo stesso scopo: quello di raccontare l’Italia. Importante punto di vista: dopo la dittatura fascista si possono nuovamente raccontare volti e fatti italiani senza la retorica del regime. Allora cinema e giornalismo di inchiesta si incrociano per circa un decennio. Dalla fine della guerra a tutti gli anni Cinquanta possiamo trovare dei raccordi tra due diversi modelli di analisi della società. Il punto di partenza per questa nuova scoperta dell’Italia dalle Alpi alla Sicilia è la figura e l’opera di Gramsci, con tutta la linea dei grandi meridionalisti, e la letteratura di analisi sociale che parte nel dopoguerra con Carlo Levi e il suo Cristo. Il cinema documentarista offre numerosissimi esempi in merito: documentari di dieci-dodici minuti circa che riportano in pellicola il frutto di numerose inchieste del periodo. Da un punto di vista giornalistico, bisogna passare dai periodici Il mondo, Nuovi argomenti e i Libri del Tempo delle Edizioni Laterza. Questi tre momenti hanno delle consonanze: molti autori iniziano a scrivere sul periodico, poi sulla rivista di Moravia e Carocci e, in seguito, raccolgono il lavoro nei volumi laterziani: Danilo Dolci, Franco Cagnetta, Edio Vallini, Carlo Cassola, Anna Garofalo, Rocco Scotellaro e altri, contribuiscono alla scoperta del paese. L’Italia, dal nord al sud, viene investigata e raccontata in diverse forme e modi, e per la prima volta diventano protagonisti di questi lavori uomini e donne con problemi concreti, ansie e vani tentativi di riscatto. Anche il mondo del documentario offre una straordinaria varietà di immagini e situazioni. Registi come Gianfranco Mingozzi, Lino Del Fra, dei quali si pubblicano in allegato al libro rispettivamente Li mali mestieri e Fata Morgana, Cecilia Mangini, Vittorio De Seta, Ansano Giannarelli e tanti altri, sono direttamente coinvolti in questa opera di testimonianza e impegno civile. Scoprire l’Italia di quegli anni, con l’ausilio di fonti e materiali di diversa natura, permette di ricostruire un’importante e significativa stagione culturale e afferrare momenti di precarietà e incertezza che esistono anche oggi in forme e modi diversi. |
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La vita nelle comunità a base agricola-pastorale era scandita dai grandi avvenimenti religiosi e fra essi la Pasqua con la sua liturgia complessa e piena di simbolismi, quali morte rinascita e resurrezione, che rappresentano da sempre il risveglio della natura, il passaggio dall’inverno alla primavera. Allora i nostri contadini smettevano i panni di duri lavoratori della terra e indossavano quelli di finissimi cantori, de I Passiùna tu Cristù e Lu Santu Lazzaru. In genere due cantori, un fisarmonicista o organettista accompagnati da un portatore di palma si presentavano nei crocicchi dei paesi e a turno, una strofa a testa, cantavano e mimavano il canto di Gesù. Spesso si recavano anche nelle masserie a portare-rappresentare la morte e resurrezione. Il contenuto della Passione narra della vita e delle pene che patisce Cristo e del dolore straziante di una madre che si aggira dolente in cerca del frutto della vita: il figlio. La Passione rappresenta la pietas popolare e la modalità più complessa e articolata attraverso la quale il popolo esprime il suo misticismo e la necessità di comunicare con la divinità. Il libro, che nasce all’interno della rassegna Canti di Passione, offre importanti spunti sul repertorio dei canti rituali di questua connessi al ciclo dell’anno e diffusi su tutto il territorio italiano, oltre a soffermarsi più approfonditamente sulle modalità interpretative e mimico-gestuali dei cantori salentini. Il volume contiene anche un’intervista ad Antimo Pellegrino, uno degli ultimi cantori della Passione, oltre che una corposa bibliografia legata al tema e si avvale dei contributi di: S. Torsello, A. Ricci e R. Tucci, L. Chiriatti e G. De Santis. Allegato al libro il cd audio contenente sei preziosi esempi di “passioni” che si presentano come un piccolo ma significativo corpus di canti religiosi della tradizione orale salentina. Questo lavoro è dedicato a Cosimo Surdo, grande interprete della Passione grica e della cultura orale salentina, recentemente scomparso. |
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Nel 1968 Gianni Bosio e Clara Longhini dell’Istituto Ernesto de Martino di Milano, vennero nel Salento per una campagna di ricerca. Il risultato della loro permanenza nel Salento fu un grosso corpus di registrazioni che documentavano i canti, le nenie, le filastrocche della gente del Salento oltre che i suoni della nostra quotidianità: campane, bande, processioni, mercati ecc. Unitamente alle registrazioni sonore i due studiosi raccolsero una serie molto interessante di fotografie. |
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![]() Luigi Chiriatti Morso d’amore. Viaggio nel tarantismo salentino € 8,00
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“Luigi Chiriatti ha dalla sua parte la vita vissuta in questa terra. Egli stesso è l’humus organico di questa nostra terra antica e selvatica, lui conosce i segreti dell’anima, del nostro popolo, perché egli stesso è popolo e carne del Salento. Il fenomeno del tarantismo lo ha vissuto sulla propria pelle; ha visto la sofferenza così da vicino che anche lui stesso ne è rimasto segnato. Sì, segnato, perché la sofferenza del Salento, il morso e rimorso mitico di una storia antica e tragica, che può assumere le forme e le sembianze più strane (tarantola, serpe, sacara, basilico, folletto, ramarro, etc.), una volta rivelatasi, prende tutto l’uomo e la donna salentina, li avvolge dentro un’atmosfera magico-rituale, e dentro un sogno che comincia e che finisce solo con la morte”. |
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![]() Mirko Grasso Stendalì – Canti e immagini della morte nella Grecia salentina € 12,00 |
«Un bel sasso, lucente e duro» viene definito, nel 1960, il film Stendalì di Cecilia Mangini. Stendalì, nel dialetto della Grecìa salentina “suonano ancora”, ritrae un lamento funebre contadino, rendendo su pellicola l’istituto del pianto rituale che affonda radici e origini antichissime ed è sopravissuto nel Salento sino ai primi anni sessanta del secolo appena trascorso. Secondo la tradizione classica, già attestata in Omero ed Euripide, è necessario favorire la partenza dell’anima del morto nell’aldilà con canti rituali e lamentazioni che ripropongono i maggiori meriti del defunto, ne narrano la vita, ne piangono il distacco e la partenza dai famigliari. L’onore del pianto da tributare al defunto, come scrive Foscolo a proposito della morte di Ettore, costituisce un momento aggregante in una società arcaica che trova il senso della propria esistenza e la voglia di lasciare propria memoria anche in situazioni tragiche come la morte. Le lamentazioni, moroloia, spesso ripropongono strazianti dialoghi tra il morto e il parente più stretto che rimane sulla terra, tra chi perde un figlio e la morte stessa e costituiscono, nel vasto panorama della cultura popolare, momenti di vera e propria poesia. Le diverse tipologie delle lamentazioni sono tutte accompagnate da una meticolosa ed accurata gestualità. Le rèpute o prefiche, donne che eseguono le lamentazioni, articolano il canto e ne strutturavano la tensione interna con particolari movimenti del corpo, del capo, delle mani che svolazzano, secondo particolari cadenze, fazzoletti bianchi. Stendalì, che nasce immediatamente dopo Morte e pianto rituale di Ernesto de Martino, racchiude tutto ciò e tramite un coinvolgente e straordinario uso delle tecniche cinematografiche inchioda lo spettatore che rimane affascinato da questo prodotto cinematografico. Il testo delle lamentazioni salentine, cantato dalle donne di Stendalì e interpretato nel filmato dall’attrice Lilla Brignone, viene tradotto da Pier Paolo Pasolini che coglie e mette in evidenza la struttura “a piramide” dei canti di morte. Nel canto di Pasolini, infatti, è presente una tensione che sale gradualmente e che si sposa perfettamente con un montaggio serrato delle immagini. Pasolini metabolizza, in una personale opera di riscrittura del materiale, quel sentimento autenticamente popolare e umano che traspare dai volti dei protagonisti del filmato. La ripubblicazione in dvd del documentario di Cecilia Mangini viene accompagnata da una nostra ricerca che propone: la ricostruzione del lievito culturale che ha fatto nascere questo genere di opere cinematografiche, un’analisi del contenuto specifico di Stendalì, il legame filiale con l’opera di Ernesto de Martino, una interessante e corposa intervista alla regista. Il nostro saggio si avvale di una panoramica sui registi demartiniani: pagine queste di Gianluca Sciannameo. In meno di quindici minuti il sasso lucente e duro diviene, oggi, un vero pugno nello stomaco: inchioda lo spettatore allo schermo, traccia un sentiero nel recupero della memoria collettiva. Alla visione di questo piccolo capolavoro, una vera e propria «opera di poesia realistica» come scrive Pietro Pintus, numerose sollecitazioni tornano alla mente. Grazie a Stendalì, e questa operazione culturale è un ringraziamento più ampio a Cecilia Mangini, è possibile ripercorrere un sentiero della memoria che appariva, prima di questa sua riproposta, vicolo cieco, relegato alla memoria di pochi ultimi. |
